Can you feel my Love Buzz? Sì, c’è ancora ma si espande per altri canali ora. E’ più distorto, piegato. Love si fa strada nel tafferuglio, ciondola, sbomica, asciuga le lacrime degli altri mentre si prende il proprio piscio Controvento e poi si sbottona, se la ride ed è nudo. Nudo. Un corpo percorso dalle visioni rocambolesche di sè nello specchio virtuoso di Bellmer. Una mano che è un tronco fascio di radici senza nutrimento, un occhio, il fulcro, il dolente: affonda nel visibile, risucchia e si secca davanti ad uno schermo. Per tutti gli schermi di questo meccanico e posticciamente fascinoso mondo di iper emancipate orgogliose teste pensanti. Non pensarmi più. L’isola ti fu strega ammaestratrice di incubi che hai tu stessa cullato per poterti fare sponda oltre me. Cos’è più feroce? L’avermi con indolenza per la mia felicità o non avermi e raccattare i pezzi dei giorni vissuti con l’intensità che ci fibra e sfibra? A mordersi con le dita legate ci si perde. E nell’impossibile forse si entra ,cara Cristina,ciechi e indissoluti che non ci si chiede dove si è. Un teatrino nel proprio teatro. Del resto agli artisti piace tanto fare gli artisti. Col dito in bocca e con tutta la supponenza sulla lingua. Poche storie, ‘non dare retta a te: mettiti fretta che c’è da cominciare’. Allora prende iniziativa il mio rampicante di massa venosa blu viola, livida prugna matura che mi conturba con la sua schiena voluttuosa al sole che la mantiene in vita. Sono io nell’attimo incontrollabile, un rebis che tiene la sigaretta tra le tue labbra pericolosamente vicine ed il bicchiere senza bordo: trabordato. Avvinto al vino, pervinca divino. Una corona di aranci, del mio giardino arcadia autunnale, di acini mauve, di spazi di pelle cerata: curi come il violoncello che sceglie le note tonali a piedi scalzi sulle mie clavicole, nuoci, la sospensione non ha posa. Eppure non ho fine in quello che sciolino a immolare l’alveare di barlumi scapestrati. Scapestrata. Il maestro dice Scapestrata. Condurre vita nel caos ma solo per condurre me lungo il versante, su nell’altana, alta sopra la suburbia dell’essere che non si è liberato dall’essere. E allora condursi al bene, oltre il bene, perchè il bene non è il conosciuto, catacresi assodata. Affinchè L’ospite d’inverno rompa i ghiacci sui quali trami geometricamente le dimensioni di un universo in eruzione, ti dico: sei la folgore che ancora non ha visto le gote del giogo che la elegge Sizigia.

elisabetta beneforti said:
giù a rotta di collo da una riga all’altra non lascia fiato perchè giustamente lo toglie questo testo lascia vertigine
Elisa des Dorides said:
lunga vita alle vertigini