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“Non si può partire. Ricomincia da qui il cammino, sotto il peso del mio vizio, il vizio che qui accanto a me ha proteso le sue radici di sofferenza, fin dall’età della ragione – che sale al cielo, mi schiaccia e travolge, mi trascina.

L’ultima innocenza e l’ultima timidezza. E’ detto. Non recare al mondo i miei disgusti e i miei tradimenti.

Su avanti!La marcia, il fardello, il deserto, la noia e l’ira.

A chi mi do in affitto? Che animale si deve adorare? Quale immagine sacra aggredire? Quali cuori dovrò spezzare? A quale menzogna dovrò attenermi? – In quale sangue avanzare?

Piuttosto, guardarsi dalla giustizia. – La vita dura, il semplice abbrutimento, – sollevare, col pugno rinsecchito, il coperchio della bara, sedersi, soffocarsi. Così niente vecchiaia, nè pericoli: il terrore non è francese.

- Ah! sono in un tale stato di abbandono che a una qualsiasi immagine divina offro slanci verso la perfezione.

Mia abnegazione, mia carità meravigliosa!purtroppo, quaggiù!

De profundis Domine, quanto sono stupido!”

da Una Stagione all’Inferno, A.Rimbaud


Smangiata dall’ultimo sole di Dicembre

merito di manipolare il mondo così come lo si conosce:

la setosità sonora di una chitarra

può imitare il volo nel mio letto lisergico?

Questa vecchia rete del letto

cederà

prima che tu possa riprendere i versi che vi hai nascosto

Un fiocco al collo della camicia

occhi vacui

sei il cameriere per la stagione all’Inferno

senza taccuino